Paolo e Maria partono per l’Andropoli. – Una sera nel golfo di Spezia.

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Dic 282014
 

Paolo e Maria lasciarono Roma, capitale degli Stati Uniti
d’Europa, montando nel più grande dei loro aerotachi, quello
destinato ai lunghi viaggi.
È una navicella mossa dall’elettricità. Due comode poltrone
stanno nel mezzo e con uno scattar di molla si convertono in
comodissimi letti. Davanti ad esse una bussola, un tavolino e
un quadrante colle tre parole: moto, calore, luce.
Toccando un tasto l’aerotaco si mette in moto e si gradua la
velocità, che può giungere a 150 chilometri all’ora. Toccando
un altro tasto si riscalda l’ambiente alla temperatura che si desidera,
e premendo un terzo si illumina la navicella. Un semplice
commutatore trasforma l’elettricità in calore, in luce, in movimento;
come vi piace.
Nelle pareti dell’aerotaco eran condensate tante provviste,
che bastavano per dieci giorni. Succhi condensati di albuminoidi
e di idruri di carbonio, che rappresentano chilogrammi di
carne e di verdura; eteri coobatissimi, che rifanno i profumi di
tutti i fiori più odorosi, di tutte le frutta più squisite. Una piccola
cantina conteneva una lauta provvista di tre elisiri, che eccitano
i centri cerebrali, che presiedono alle massime forze della
vita; il pensiero, il movimento e l’amore.
Nessun bisogno nell’aerotaco di macchinisti o di servi, perchè
ognuno impara fin dalle prime scuole a maneggiarlo, a innalzare
o ad abbassare secondo il bisogno e a dirigerlo dove
volete andare. In un quadrante si leggono i chilometri percorsi,
la temperatura dell’ambiente e la direzione dei venti.
Paolo e Maria avevano portato seco pochi libri e fra questi
L’anno 3000, scritto da un medico, che dieci secoli prima con

bizzarra fantasia aveva tentato di indovinare come sarebbe il
mondo umano dieci secoli dopo.
Paolo aveva detto a Maria:
– Nel nostro lungo viaggio ti farò passar la noia, traducendoti
dall’italiano le strane fantasie di questo antichissimo scrittore.
Son curioso davvero fin dove questo profeta abbia indovinato il
futuro. Ne leggeremo certamente delle belle e ne rideremo di
cuore.
È bene a sapersi che nell’anno 3000 da più di cinque secoli
non si parla nel mondo che la lingua cosmica. Tutte le lingue
europee son morte e per non parlare che dell’Italia, in ordine
di tempo l’osco, l’etrusco, il celtico, il latino e per ultimo
l’italiano.
Il viaggio, che stanno per intraprendere Paolo e Maria, è lunghissimo.
Partiti da Roma vogliono recarsi ad Andropoli, capitale
degli Stati Uniti Planetarii, dove vogliono celebrare il loro
matrimonio fecondo, essendo già uniti da cinque anni col matrimonio
d’amore. Essi devono presentarsi al Senato biologico
di Andropoli, perchè sia giudicato da quel supremo Consesso
delle scienze, se abbiano o no il diritto di trasmettere la vita ad
altri uomini.
Prima però di attraversare l’Europa e l’Asia per recarsi alla
capitale del mondo, posta ai piedi dell’Imalaia, dove un tempo
era Darjeeling, Paolo voleva che la sua fidanzata vedesse la
grande Necropoli di Spezia, dove gli Italiani dell’anno 3000
hanno come in un Museo raccolte tutte le memorie del passato.
Maria fino allora aveva viaggiato pochissimo. Non conosceva
che Roma e Napoli e il pensiero dell’ignoto la inebbriava. Non
aveva che vent’anni, avendo data la mano d’amore a Paolo da
cinque anni.
Il volo da Roma a Spezia fu di poche ore e senza accidenti. Vi
giunsero verso sera, e dopo una breve sosta in uno dei migliori
alberghi della città, cavarono fuori dall’aerotaco una specie di
mantello di caucciù, che si chiama idrotaco e che gonfiato da
uno stantuffo in pochi momenti si converte in un barchetto comodo
e sicuro. Anche qui nessun bisogno di barcaiuolo e di servi.
Una macchinetta elettrica, non più grande di un orologio da
caminetto, muove l’idrotaco sulle onde, colla velocità che si
desidera.

Il Golfo di Spezia era in quella sera divino. La luna dall’alto,
nella pace serena della sua luce, spargeva su tutte le cose come
un fiato soave di malinconia. Monti, monumenti, isole parevano
di bronzo; immoti come chi è morto da secoli. La scena
sarebbe stata troppo triste, se le onde chiacchierine, che parevano
cinguettare e ridere fra la rete infinita d’argento, che le
inserrava come migliaia di pesciolini presi nella rete dal pescatore,
non avessero dato al golfo un palpito di vita.
I due fidanzati si tenevano per mano e si guardavan negli occhi.
Si vedevano anch’essi come velati in quella luce crepuscolare,
che toglie la durezza degli oggetti; facendo giganti le anime
delle cose.
– Vedi, Maria, – disse Paolo a lei, quando potè parlare: – qui
intorno a noi dormono nel silenzio più di ventimila anni di storia
umana. Quanto sangue si è sparso, quante lagrime si son
versate prima di giungere alla pace e alla giustizia, che oggi
godiamo e che pure sono ancora tanto lontane dai nostri ideali.
E sì, che fortunatamente per noi, dei primi secoli dell’infanzia
umana, non ci son rimaste che poche armi di pietra e confuse
memorie. Dico fortunatamente, perchè più andiamo addietro
nella storia e più l’uomo era feroce e cattivo.
E mentre egli parlava, si andavano avvicinando alla Palmaria,
convertita allora in un grande museo preistorico.
– Vedi, Maria, qui vissero in una grotta dieci o venti secoli or
sono uomini, che non conoscevano metalli e si vestivano colle
pelli delle fiere. Sulla fine del secolo XIX un antropologo di Parma,
certo Regalia, illustrò questa grotta, che era detta dei Colombi,
descrivendone gli avanzi umani e animali, ch’egli vi aveva
trovati. In quel tempo però, cioè sulla fine del secolo XIX,
tutta l’isola era coperta di cannoni, ed una batteria grande, un
vero miracolo di arte omicida, difendeva il golfo dagli assalti
del nemico.
Tutto il golfo del resto era un trabocchetto gigantesco per
uccidere gli uomini. Sui monti, cannoni; sulle sponde, cannoni;
sulle navi, cannoni e mitragliatrici: tutto un inferno di distruzione
e di orrore.
Ma già qualche secolo prima questo golfo portava memorie
di sangue. Lì ad oriente sopra Lerici tu vedi un antichissimo castello,
dove fu prigioniero un re di Francia, Francesco I, dopochè
ebbe perduta la battaglia di Pavia.

Noi non vediamo più l’ecatombe di ossa, che devono trovarsi
sul fondo del mare, perchè sul principio del secolo XX ebbe luogo
una terribile battaglia navale, a cui presero parte tutte le
flotte d’Europa; mentre per fatale coincidenza in Francia si
combatteva un’altra grande battaglia.
Si battevano per la pace e per la guerra, e l’Europa era divisa
in due campi. Chi voleva la guerra e chi voleva la pace; ma per
volere la pace si battevano, e un gran mare di sangue imporporò
le onde del Mediterraneo e allagò la terra. In un solo giorno
nella battaglia di Spezia e in quella di Parigi morì un milione di
uomini. Qui dove noi siamo ora, godendo le delizie di questa
bellissima sera, saltarono in aria in un’ora venti corazzate, uccidendo
migliaia di giovani belli e forti; che avevano quasi tutti
una madre, che li attendeva; tutti una donna che li adorava.
La strage fu così grande e crudele, che l’Europa finalmente
inorridì ed ebbe paura di sè stessa. La guerra aveva uccisa la
guerra e da quel giorno si mise la prima pietra degli Stati Uniti
d’Europa.
Quei giganti neri, che vedi galleggiare nel Golfo sono le antiche
corazzate, che rimasero incolumi in quel giorno terribile.
Ogni nazione d’allora vi è rappresentata: ve n’ha di italiane, di
francesi, d’inglesi, di tedesche. Oggi si visitano come curiosità
da museo e domattina ne vedremo qualcuna. Vedrai come in
quel tempo di barbari, ingegno e scienza riunivano tutti i loro
sforzi per uccidere gli uomini e distruggere le città. E figurati,
che uccidere in grande era allora creduta gloria grandissima e
i generali e gli ammiragli vincitori erano premiati e portati in
trionfo. – Poveri tempi, povera umanità!
Però, anche dopo aver abolita la guerra, l’umana famiglia
non ebbe pace ancora. Vi erano troppi affamati e troppi infelici;
e la pietà del dolore, non la ragione, portò l’Europa al
socialismo.
Fu sotto l’ultimo papa (credo si chiamasse Leone XX), che un
re d’Italia scese spontaneo dal trono, dicendo che voleva per il
primo tentare il grande esperimento del socialismo. Morì fra le
benedizioni di tutto un popolo e i trionfi della gloria. I suoi colleghi
caddero protestando e bestemmiando.
Fu una gran guerra, ma di parole e di inchiostro; fra repubblicani,
conservatori e socialisti; ma questi la vinsero.

L’esperimento generoso, ma folle, durò quattro generazioni,
cioè un secolo; ma gli uomini si accorsero di aver sbagliato
strada. Avevano soppresso l’individuo e la libertà era morta per
la mano di chi l’aveva voluta santificare. Alla tirannia del re e
del parlamento si era sostituita una tirannia ben più molesta e
schiacciante, quella d’un meccanismo artificiale, che per proteggere
e difendere un collettivismo anonimo soffocava e spegneva
i germi delle iniziative individuali e la santa lotta del primato.
Sopprimendo l’eredità, la famiglia era divenuta una fabbrica
meccanica di figliuoli e di noie sterili e tristi.
Un gran consesso di sociologi e di biologi seppellì il socialismo
e fondò gli Stati Uniti del mondo, governato dai migliori e
dai più onesti per doppia elezione. Al governo delle maggioranze
stupide subentrò quello delle minoranze sapienti e oneste.
L’aristocrazia della natura fu copiata dagli uomini, che ne fecero
la base dell’umana società. Ma pur troppo non siamo ancora
che a metà del cammino. L’arte di scegliere gli ottimi non è ancora
trovata; e pensatori e pensatrici, i sacerdoti del pensiero e
le sacerdotesse del sentimento, travagliano ancora per trovare
il modo migliore, perchè ogni figlio di donna abbia il posto legittimo,
che la natura gli ha accordato nascendo.
Si sono soppressi i soldati, il dazio consumo, le dogane, tutti
gli strumenti della barbarie antica. Si è soppresso il dolore fisico,
si è allungata la vita media, portandola a 60 anni; ma esiste
ancora la malattia, nascono ancora dei gobbi, dei pazzi e dei
delinquenti, e il sogno di veder morire tutti gli uomini di vecchiaia
e senza dolore è ancora lontano.
Maria taceva, ascoltando, e Paolo tacque anch’egli, come oppresso
da una grande malinconia. I ventimila anni di storia gli
parevano troppo lungo tempo per così piccolo cammino percorso
sulla via del progresso.
Maria volle rompere quel silenzio e dissipare quella malinconia;
e coll’agilità mobile e intelligente che hanno tutte le donne,
volle far fare al pensiero del suo compagno un gran salto.
– Dimmi, Paolo, perchè fra le tante lingue morte tu hai studiato
con particolare amore l’italiano? È una curiosità che ho da
un pezzo e che tu non mi hai mai soddisfatto. Non sarà di certo
per poter leggere nell’originale L’anno 3000?
– No, mia cara, è perchè la letteratura italiana ci ha lasciato
la Divina Commedia e Giovanin Bongè, Dante e Carlo Porta, i

due poeti massimi del sublime e del comico. Li leggeremo insieme
questi due grandi poeti e tu vedrai che ho cento ragioni
di voler studiare l’italiano prima d’ogni altra lingua morta.
Nessuno ha saputo toccare tutte le corde del cuore umano
come l’Allighieri e nessuno ci ha fatto ridere più umanamente
del Porta.
Per capire però il Porta non basta saper l’italiano, ma si deve
studiare il milanese, un dialetto molto celtico, che si parlava
dieci secoli or sono in gran parte della Lombardia, quando
l’Italia aveva più di venti dialetti diversi.
E poi, anche senza Dante o senza il Porta, io avrei studiato
l’italiano prima d’ogni altra lingua morta, perchè essa era la figlia
prediletta e primogenita del greco e del latino e in sè concentrava
i succhi di due fra le massime civiltà del mondo, e ad
esse se n’aggiunse una terza di suo, non meno gloriosa delle altre.
Parlando italiano si ripensa Socrate e Fidia, Aristotile e
Apelle; si ripensa Cesare e Tacito; Augusto e Orazio; Michelangelo
e Galileo; Leonardo e Raffaello. Mai nessuna altra lingua
ebbe una genealogia più nobile e più grande. Ecco anche perchè,
quando si fondarono gli Stati Uniti d’Europa, per facile
consenso di tutti, Roma fu scelta a capitale.
– Paolo mio, tu mi fai troppo superba di essere romana!
E di nuovo i due fidanzati tacquero, mentre il loro idrotaco
scorreva sulle onde del golfo, rompendo ad ogni suo movimento
le maglie della rete d’argento, distesa sul pelo dell’acqua.
Intanto si avvicinavano all’antico Arsenale di Spezia e un suono
monotono e lugubre giungeva al loro orecchio; ora confuso
e appena percettibile, ora chiaro e distinto; secondo le vicende
della brezza notturna.
Gli occhi di Paolo e di Maria si volgevano là donde quel suono
veniva e pareva che sorgesse dall’onda, dove un corpo rotondo
galleggiava sull’acqua, come un’immensa testuggine
marina.
Verso quel punto diressero la loro navicella e il suono si andava
facendo più forte e più triste. A pochi passi da quel corpo
galleggiante fermarono l’idrotaco.
– Che cos’è questo corpo?
– È un’antica boa, a cui i barbari del secolo XIX attaccavano
le loro corazzate maggiori. È rimasta qui dopo tanti secoli

arrugginita e obbliata per memoria di un tempo, che per fortuna
degli uomini non ritornerà più.
Intanto il suono triste e monotono, che usciva dalla boa, era
divenuto chiarissimo.
Era un suono doppio e straziante, fatto di due note; un lamento
e un tonfo. Prima era un ihhh stridente e prolungatissimo,
e poi, dopo una pausa breve, un bumhh cupo e profondo, e
una nuova pausa, e un ripetersi incessante del lamento e del
tonfo.
Anche il cuore umano misura il breve giro del quadrante della
vita con due suoni alterni, un tic e un tac; ma son suoni allegri,
quasi festosi.
Quell’ihhh e quel bumhh invece sembravano i palpiti di un
cuore gigantesco e straziato, che battesse il tempo del nostro
pianeta.
– Dio mio, dimmi, Paolo, perchè quella boa si lamenta? Par
che soffra e pianga.
– Pazzarella, – rispose egli, sorridendo forzato. – Il lamento è
lo stridere dell’anello arrugginito della boa e il tonfo è il batter
dell’onda sulla cassa vuota.
Paolo però, dando la spiegazione fisica di quel suono alterno,
era preoccupato da altri pensieri, che spaziavano in un mondo
più alto e più lontano.
E i due tacquero ancora e lungamente.
– Andiamo via, torniamo a terra, questa boa mi fa terrore, mi
fa piangere.
– Hai ragione, andiamo via. Questo lamento rattrista anche
me. Mi par di veder qui l’immagine dolorosa di tutta la storia
umana. Un lamento, che sorge dalle viscere dei bambini appena
nati, dei giovani straziati dall’amore, dei vecchi che hanno
paura della morte; di tutti i malcontenti, di tutti gli affamati di
pane o di gloria, di ricchezza o di amore. Un lamento, che si innalza
da tutto il pianeta, che piange e domanda al cielo il perchè
della vita, il perchè del dolore.
E a quel lamento di tutto il pianeta risponde il destino, il fato
con quel tonfo cupo e profondo:
Così è, così deve essere, così sarà sempre.
– No, Paolo, non è così, non sarà sempre così! Pensa alle corazzate
omicide che non ci son più, pensa alla guerra che più
non esiste; pensa al progresso che mai non posa. Anche questa

boa, che sembra ripeterci coi suoi palpiti l’eterno lamento
dell’umanità, e la crudele risposta del fato, tacerà un giorno,
disciolta dalle acque del mare… .
– E così sia, – disse Paolo, accelerando il moto della navicella,
per fuggire all’incubo di quel suono lamentevole e straziante…
… … .
Al mattino seguente il sole più fulgido brillava nel cielo di
Spezia invece della luna. La vita operosa del lavoro teneva dietro
alla malinconia della notte; e i due fidanzati, dopo aver visitato
alcune carcasse delle vecchie corazzate, rimontando
nell’aerotaco, spiccarono il volo verso Oriente, donde sempre è
venuta agli uomini colla luce del giorno la speranza, che mai
non muore.

 

fine Capitolo 1
L’anno 3000
Paolo Mantegazza

Lavoro

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Mar 182010
 

È impossibile godere appieno dell’ozio
se non si ha un sacco di lavoro da fare.
Jerome K. Jerome